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Sermoni del Reverendo Padre
13 Maggio 1983 Al Capitolo Generale
Eccoci una volta di più al termine di un Capitolo Generale. Che cosa ci ha lasciato? E’ senza dubbio troppo presto, forse anche inutile, voler fare un bilancio sintetico di ciò che lo Spirito Santo ci ha donato durante questi giorni di intrattenimento fraterno in cui abbiamo condiviso non solo la ricerca, ma anche le esitazioni e i tentennamenti.
Per contro, mi sembra importante fermarci su ciò che mi sembra essere il polo luminoso della Carta del Capitolo: l’invito a celebrare, fin d’ora, nei nostri cuori il nono centenario dell’arrivo del Maestro Bruno nel deserto della Certosa.
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Ci viene richiesto di guardare al nostro Beato Padre non come al modello di tale o tal altra virtù, ma piuttosto come al canale attraverso il quale arriva a noi la grazia incomparabile della nostra vocazione, grazia che, secondo la Carta, noi acquisiamo attraverso la mediazione della Beata Vergine Maria.
Bruno assunse nei nostri riguardi l’umilissimo ruolo, ma tuttavia insostituibile, di essere l’uomo attraverso il quale a noi, oggi, perviene l’influsso divino. Grazie ad esso noi possiamo, in solitudine, essere all’ascolto dell’unico Bene e desiderare di apparire alla presenza del Dio vivente. Bruno è per noi tale intermediario di via, in questo stesso momento poiché lui è, nel Cristo risuscitato, vivente, presente a noi suoi figli. Contemporaneamente egli è fonte del divino poiché per primo ha ricevuto il richiamo dello Spirito e si è messo alla scuola della Saggezza, in queste montagne dove noi viviamo ancora.
E’ sufficiente aver conosciuto il sito circostante la Cappella San Bruno, nel cuore dell’inverno, quando tutto è sepolto sotto uno spesso manto di neve, per prendere coscienza che la fecondità soprannaturale del nostro Beato Padre non è il frutto di sublimi speculazioni. Essa è piuttosto il risultato di un’esistenza modellata dalla realtà molto dura che conducevano i primi eremiti della Certosa, nel silenzio del cuore, attraverso spoliazioni e semplificazioni radicali.
Nostro Padre San Bruno: questo appellativo non evoca in noi una lunga dottrina, degli insegnamenti raffinati, ma innanzitutto l’esistenza di un maestro ispirato che si lascia sedurre dalla Bontà di Dio, abbandonando tutto per essa e non avendo a cuore altro che la propria vita nel deserto, nel silenzio, nelle veglie, nello sguardo terso che trafigge d’amore il Benamato.
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Riprendiamo la formula della Carta: tutto ciò che è bello nella nostra vita ci arriva attraverso il ministero di Bruno. Senza dubbio egli è un esempio unico per noi, ma non in questo consiste il suo ruolo essenziale, piuttosto nell’attingere in Dio stesso, attraverso l’intercessione di Maria, la sete d’incontrare l’Altissimo, il Bellissimo e di trasmettercela continuamente affinché attraversi il nostro proprio cuore e ci spinga instancabilmente più avanti verso l’incontro con il Volto divino.
Essere certosino significa ricevere da Bruno questo movimento dello Spirito Santo che ci identifica con il Cristo pasquale, attirato verso il Padre fino all’unione. Fin dall’inizio del Capitolo noi siamo stati invitati, con convinzione, a ravvivare il nostro senso di Dio. Richiamo giustificato presso tutti gli uomini, ma tanto di più presso gli eredi di Bruno! Come non sentirsi a volte presi da vertigini al pensiero dei moniti degli Statuti: più la via che percorriamo è elevata, più noi rischiamo per il semplice peso della natura di scivolare e di ritrovarci infinitamente più in basso!
Lasciati a noi stessi non riusciremmo mai ad evitare quest’ ineluttabile caduta. Vivere alla presenza di Dio, nel silenzio della solitudine, è una grazia che defluisce direttamente dal cuore di Dio in quello di Bruno, per raggiungere il nostro. La constatazione, quotidianamente rinnovata, dei nostri limiti, fronte alle aspre spigolature della nostra vocazione, ci ricorda continuamente che dobbiamo metterci alle dipendenze del canale di via rappresentato da San Bruno.
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La dolcezza così avvincente che stilla dalle sue lettere, quando lascia che il suo cuore si apra a coloro che lo amano, ci lascia presentire che questa vocazione non è un’opera di forza o di violenza, ma, raggiunta la sua fonte, il frutto della confidenza pacifica in Colui che si è donato a noi una volta per tutte. Il sigillo della verità della nostra dipendenza da San Bruno mi sembra essere, precisamente, la qualità dell’amore che ci lega ai nostri fratelli, nella confidenza e nella pace.
Dio, ci dice ancora la Carta, ha fatto di noi una sola famiglia legata al sigillo dell’unità delle persone divine, attraverso San Bruno. Egli è divenuto, diciamo quasi per essenza, un fermento d’unità tra noi. Ancora una volta sottolineiamo che è la sua stessa persona che gioca questo ruolo e non il suo insegnamento così discreto. Poiché quest’uomo, nel profondo del suo cuore, si pose definitivamente in faccia a Dio, in intimità apparentemente esclusiva con lui, noi godremo per sempre della sua tenerezza traboccante, la quale si riverserà su di noi e ci porrà al nostro turno nell’unità della famiglia certosina, divenuta come un centro trasparente nel seno del quale possiamo sperare di contemplare Dio.
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Maestro Bruno, innamorato dell’Unico, libero da tutto ciò che passa, uomo dal viso sereno e felice, così profondamente desideroso di ritrovare i tuoi lontani fratelli del deserto della Certosa, all’inizio di questo anno che noi consacriamo al desiderio di lasciarci trasformare da te, guarda questa piccola famiglia certosina, di cui noi simboleggiamo l’unità nelle nostre origini così diverse e guarda nello stesso tempo al Dio vivente davanti al quale tu ti poni e dal quale tu sei incaricato di trasmetterci una passione sempre più ardente.
Noi ci offriamo alla luce di cui tu sei il messaggero e benediciamo il Signore che ti ha donato a noi come Padre, grazie all’intercessione di Maria sempre Vergine. Amen.
San Bruno 1983 “Il mio spirito esulta nel Signore”
Il Capitolo Generale ci presenta San Bruno come il canale attraverso il quale, ancora oggi, ci arriva la grazia della nostra vocazione. Questa immagine ci porta a scorgere l’irraggiamento diretto che emana dalla sua persona, il quale ci trasmette il dono di Dio e nello stesso tempo ci rievoca una questione nella quale noi incappiamo ogni tanto: perché lo Spirito Santo non ha ispirato il nostro Padre, nella vita nel deserto, a donarci un insegnamento al quale noi potremmo ricorrere per guidare il nostro cammino?
Il vecchio teologo di Reims, l’uomo che per anni ha commentato la parola di Dio, quest’uomo di cui la grazia prima fu d’insegnare, non ha lasciato ai suoi figli che una corta lettera. Questo è tutto. Dobbiamo constatarlo con disappunto o non sarebbe forse meglio, per il nostro cuore, cercare in questo una volontà di Dio ricca di luce per meglio comprendere e vivere la nostra vocazione?
Cerchiamo, dunque, di vedere se la lettera di Bruno, ai suoi figli della Certosa, ci aiuta a comprendere perché non aveva insegnamenti da donarci sulla via contemplativa.
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La prima constatazione sulla quale vorrei soffermarmi è che questa lettera s’indirizza proprio a noi. Se la confrontiamo con la lettera a Raoul le Verd, che appare più seducente in ragione della densità del pensiero che in essa ci si trova, come non essere colpiti dalla differenza di tono che implica un coinvolgimento totalmente differente del cuore di Bruno, in uno e nell’altro caso.
Il messaggio a Raoul è l’espressione di un’amicizia profonda, di lunga data, provata. La lettera ai suoi fratelli è la scottatura diretta di un amore scaturito dal fondo del cuore di Bruno. La differenza di tono salta agli occhi: per parlare a Raoul occorre essere formale, evitare di offenderlo se ci sono cose dure a dirsi, lo stile è accurato, la composizione è elaborata. Con i suoi fratelli - anche se probabilmente non li conosce tutti - è sufficiente comprendersi a mezze parole. Il cuore parla liberamente, poiché sa di essere in accordo con quello dei suoi corrispondenti.
La lettera a Raoul lascia trasparire una nota d’inquietudine, se non di angoscia, al pensiero che l’amico dei giorni antichi potrebbe, per la sua infedeltà, perdersi definitivamente. Per Bruno è un dovere di coscienza ricordarglielo. Con i suoi fratelli, al contrario, anche se ogni tanto deve raddrizzare qualche deviazione, non è che un’esplosione di gioia, d’allegria: con loro è in famiglia. Egli parla di ciò che vive in comunione con loro.
In breve, Bruno, pur lasciandoci percepire che egli pensa agli uomini molto concreti che vivevano allora nel deserto della Certosa, ci consegna il suo cuore in ciò che ha d’eterno, potremmo dire nel rispetto di chiunque conduce l’esistenza di cui ha gettato il primo seme qualche anno prima sotto l’egida di Sant’Ugo. La sua lettera è dunque proprio destinata a noi.
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Quale aspetto di Bruno essa ci mostra in primo luogo? Egli è un uomo all’ascolto. In qualche modo egli scompare per divenire nient’altro che disponibilità, accoglienza profonda nei confronti dei suoi figli. Tutto ciò che scrive è espressione di questa attenzione intensa agli altri e della reazione immediata di gioia o d’amore che essa risveglia in lui.
Bruno si lascia informare da Landuino: non solamente riceve da lui qualche notizia dei monaci che ha lasciato nelle montagne della Certosa, ma più ancora egli è impressionato dai sentimenti di fierezza, di felicità, d’affetto che il suo successore prova nei confronti dei suoi fratelli. Dal primo momento egli ha percepito il tono di confidenza che regna alla Certosa ed egli comunica in maniera del tutto naturale, poiché è in perfetta sintonia con i suoi fratelli.
Egli si mette dunque all’ascolto di ciò che vivono gli uni, nella loro solitudine stretta, gli altri, nella semplicità della loro obbedienza. Egli li vede, con gioia, restar fedeli al loro ideale, il medesimo ideale che lui stesso aveva fatto loro scoprire. “Ho appreso, - egli dice -; ho inteso Landuino dirmi; odo parlar di voi dal vostro priore e padre amorevolissimo”. (1.1 e 2.1). Bruno si lascia invadere dalla presenza dei suoi figli.
E immediatamente lo si sente all’ascolto di ciò che Dio ha fatto in loro: con più lucidità, senza dubbio, dei suoi stessi figli egli coglie quanto le loro opere buone o degne d’elogio vengono finalmente dal Signore che le ha compiute in loro. E Bruno insegna ai loro figli a mettersi, al proprio turno, all’ascolto dell’Onnipotente, al fine di scoprirlo nelle loro vie. Essi sono amati da Lui: è questa la loro vera ricchezza e non l’inflessibile rigore della loro osservanza, poiché questa viene dalla loro sola buona volontà. “Rallegratevi ... della vostra beata sorte e dell’abbondanza di grazie che Dio vi ha prodigato” (1.3).
Bruno, pervenuto alla piena maturità della sua via contemplativa, è un uomo all’ascolto dei suoi fratelli e di Dio, al fine di entrare nel movimento dell’amore.
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L’altro versante di questa piena disponibilità di cuore di Bruno è una tendenza spontanea all’azione di grazia. Scoprendo nei suoi fratelli le meraviglie di Dio egli esulta e, in due riprese, sono le parole del Magnificat che egli prende a prestito per esprimere i trasporti d’allegria da cui è ghermito. Solo l’umiliazione, che egli prova constatando la sua propria miseria, sembra inaridire il suo slancio trionfatore per lodare il Signore.
Perciò egli non può impedirsi d’invitare i suoi figli a rallegrarsi, a proprio turno, davanti alla loro beata sorte. E’ una vera litania di “Rallegratevi” che a loro indirizza. Poi egli compara la loro situazione privilegiata, puro dono gratuito del Cielo, a quella di numerose anime di buona volontà che hanno tentato in tutte le maniere di raggiungere lo stesso “porto nascosto”, senza successo, poiché ciò non era stato loro accordato dall’alto (cf. 1.3).
Il modo in cui egli addestra i suoi benamati fratelli laici a riconoscersi come dei privilegiati del Padre dei Cieli è ancora più delicato e persuasivo. Per coloro “che non sanno né leggere né scrivere, il dito potente di Dio scrive nei loro cuori, non solo l’amore, ma anche la conoscenza della sua legge” (2.2). L’obbedienza autentica che essi praticano con una piena generosità costituisce il frutto di questa divina scrittura deposta sulla loro anima ed essa ne garantisce la verità. Come non si sentirebbero portati anche loro a rendere grazie all’autore di tali doni?
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Una constatazione s’impone davanti a queste reazioni di Bruno. Il suo cuore, che non cessa di volgersi verso Dio per ogni cosa, non sembra che pensare ai suoi fratelli. Il passaggio più impressionante della lettera, a questo riguardo, è la conclusione. Ci si aspetterebbe una sorta di esortazione all’interno della quale egli inviterebbe i suoi fratelli a volgersi verso Dio con più fervore. Niente di tutto questo. Bruno si accontenta di insistere con delicatezza, ma con forza, sulla carità che i fratelli della Certosa debbano manifestare, negli atti, al loro priore malato (cf.3.2-4).
Veramente il cuore di Bruno è tanto infiammato dell’amore di Dio quanto dell’amore per i suoi fratelli. Egli non si sente distratto da uno di questi amori a spese dell’altro. E’ chiaro che il primo e il secondo comandamento non sono che uno in Bruno.
E questo amore non è solamente un sentimento interiore: esso sente l’urgente bisogno di incarnarsi nel concreto della vita. Sia a livello della solitudine che a quello dell’obbedienza, egli riconduce i suoi fratelli all’essenziale della loro vita. E quando si tratta di manifestare amore a Landuino malato, i dettagli pratici non fanno difetto.
Bruno ha incontrato Dio una volta per tutte e la sua relazione d’amore con Lui s’incarna nel vissuto reale. Non si ha assolutamente l’impressione di un uomo che si dispera in un agire esteriore a se stesso. Egli dimora in una comunione d’amore con l’unica sorgente di tutto il bene, fino nei dettagli concreti.
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All’inizio di queste riflessioni ci domandavamo se la lettera di San Bruno ai suoi fratelli della Certosa, nella sua brevità, fosse sufficiente a trasmetterci il solo insegnamento esplicito che da lui potessimo avere. Ora cosa possiamo dire in proposito?
Questa lettera ci è indirizzata. Essa colloca davanti a noi una figura di monaco dai tratti possenti e dal cuore immenso. Egli è innamorato di Dio e dei suoi fratelli senza limite, al punto di dimenticarsi di sé stesso. Il suo amore per il Signore lo rinvia ai suoi fratelli. La sua tenerezza per i fratelli gli fa scoprire, in essi, un altro viso del Signore.
La sua via contemplativa - puramente contemplativa - non si sente appesantita dalla presenza viva e vivace dei suoi fratelli nel suo cuore. Egli non si accontenta di dire che gli è sufficiente amare Dio e che in Lui egli ama il mondo intero. I suoi fratelli sono degli esseri concreti che hanno un posto nella sua interiorità senza disturbare l’attenzione all’Altissimo. Al contrario, essi sono rivelatori del grande Amore di Dio per il solitario: tutta la sua vita contemplativa è fondata sull’armonia interiore ed esteriore, tra solitudine e vita fraterna.
In un secondo tempo, la stessa lettera ci manifesta la convinzione intimamente ancorata al cuore di Bruno: la via che egli ha tracciato nel cuore dei suoi fratelli associa in maniera radicale il dono puramente gratuito che il Signore loro elargisce di una vita di notevole pace, di silenzio e d’obbedienza e, nello stesso tempo, un’osservanza che deve essere austera, fedele, perseverante, stabile contro tutte le seduzioni esteriori.
Bruno non domanda niente di più ai suoi discepoli. Tutto il resto è questione di vocazione personale, chiamata a svilupparsi all’interno di un quadro saldo e ampio che egli stesso ha disegnato. Senza dubbio la descrizione di questo quadro richiede un po' di parole. Era necessario che Bruno ne dicesse di più? Non credo. Egli lascia a Dio la sua libertà e all’obbedienza il compito di far fronte alle necessità contingenti. Tutto il resto ci verrà da Bruno attraverso il canale segreto della sua santità.
Nostro Padre San Bruno, insegnaci nel segreto a rallegrarci sempre più della nostra beata sorte e dell’abbondanza dei benefici che Dio ci prodiga grazie a te. Amen.
I I I
Ognissanti 1983 “Che sete nella mia anima per il Dio forte e vivente!” (Bruno a Raoul)
In questa festa di Ognissanti, in un anno più specialmente consacrato a metterci alla scuola di San Bruno, mi è parsa interessante l’idea di cercare ciò che il nostro stesso Beato Padre lascia cogliere della sua santità, soprattutto nella lettera a Raoul le Verd. Perché preferibilmente in questa lettera? Perché Bruno, desideroso di toccare il cuore del suo vecchio amico, vi lascia parlare il suo cuore. La lettera è composta sotto il segno di una sottile alternanza tra il richiamo alle esigenze spietate della giustizia dell’Onnipotente e l’esposizione di ciò che vi è di seducente, in una vita tutta consacrata a Dio. Quando si lancia su questo secondo tema è evidente che Bruno non fa della retorica: in termini appena velati egli dice ciò che ha vissuto, ciò che vive ancora nell’istante in cui scrive.
Anche se il desiderare di convincere Raoul può indurire alcune affermazioni di Bruno, non sembra imprudente cercare di ritrovare il movimento profondo e sincero della sua anima in ciò che dice con tanto ardore di fiamma, per la bellezza della vita che conduce.
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E’ facile ascoltare, così, Bruno confidarci il segreto della sua santità, poiché ciò è contenuto in tre paragrafi di una rimarchevole unità, ciascuno secondo una propria linea.
Il primo forma ciò che si può chiamare l’inno alla solitudine. Bruno, in termini non equivoci, ci racconta ciò che vive nel suo deserto della Calabria; a quattro riprese egli comincia la sua frase: Qui gli uomini ardenti ... Qui si ricerca quest’occhio puro... Non è un’esposizione astratta che egli ci dona sui frutti spirituali della vita nel deserto. Sono considerazioni concrete, poi evocazioni rapide, quasi folgoranti, delle figure bibliche che sono per lui le illustrazioni più convincenti della luce che lo abita (cf. A Raoul 6).
Il secondo paragrafo - il più apertamente autobiografico - è il racconto della conversione di Bruno, nel giardino della casa d’Adam, in compagnia di Raoul e di Foulcoie le Borgne. I fatti sono ancora vivi nel cuore di Bruno come se li avesse appena vissuti. Egli ha ricevuto là un’impronta di Dio stesso che mai scomparirà (cf. 13).
Il terzo passaggio chiave, a nostro proposito, è quello in cui Bruno lascia intravedere la scottatura del suo cuore, fronte all’unico bene: “ Esiste un bene comparabile a Dio? Esiste un altro bene all’infuori di Dio?... Davanti allo splendore incomparabile di questo bene l’anima è accesa d’amore” (16). Come dubitare che Bruno, scrivendo queste parole, ci confidi qualche cosa del suo segreto?
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La prima impressione che si prova, leggendo questi testi, è quella di trovarsi alla presenza di un’anima ardente e traboccante di sensibilità spirituale. Già l’insieme della lettera ce lo mostra animato di una tenerezza inesauribile per l’amico dei vecchi tempi, a dispetto degli anni e delle distanze. Ma quando incomincia a parlare delle cose di Dio, egli non può contenere la sua emozione.
Si è anche colpiti di vedere il vecchio monaco, formato dalla rude disciplina del deserto, utilizzare liberamente il vocabolario dell’amore umano: quando vuole dire “quanto la solitudine e il silenzio del deserto donano ai loro innamorati utilità e godimento divino “, “Qui, continua, si ricerca quest’occhio puro e limpido di cui il chiarore guarda ferito d’amore lo sposo.” (6).
E non sono che delle figure femminili piene di tenerezza che egli evoca per illustrare, dalla Bibbia, il suo entusiasmo: Rachele la preferita, anche se ha poco dell’innocenza infantile; Maria di Betania, appassionatamente silenziosa ai piedi di Gesù; la bella Sunammita, che ha saputo riaccendere il cuore di Davide. Sole queste immagini sembrano, a Bruno, capaci d’esprimere la profondità dell’incontro con il Signore che egli esperimenta in solitudine.
E’ lo stesso uomo che si ritrova nel giardino d’Adam. La grazia lo colpisce all’improvviso nel corso di una conversazione sulla futilità dell’esistenza mondana ed eccolo, in un sol colpo, stravolto per sempre. Egli si dona totalmente e mai tornerà indietro, a differenza dei suoi compagni.
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Pertanto Bruno non è un sentimentale che si lascia guidare da impressioni a fior di pelle. Altri hanno già notato quanto per lui la nozione di utilità sia importante. Non certo nel senso di un rendimento umano da conquistare, ma nel senso di una vita che deve portare autentici frutti divini.
Bruno è un uomo pratico. Per lui la via contemplativa non consiste nel nutrire flutti d’idee sublimi: si tratta di prendere i mezzi efficaci per giungere a Dio. Egli è perfettamente cosciente che la sua solitudine è il luogo dove “si abbandona ad un ozio assai occupato e ad una attività completamente rilassata. Qui, egli dice, in premio dello sforzo nella battaglia, Dio dona ai suoi valorosi la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo.”
Allo stesso modo, dall’istante in cui la grazia della conversione ha trafitto la sua anima, egli non tergiversa. Le decisioni concrete seguono immediatamente: lasciare il mondo, prendere l’abito monastico, mettersi alla ricerca delle verità eterne. La scelta è fatta: egli si lega con un voto.
Non è un eco di questo movimento radicale verso l’assoluto che si trova nel crescendo così rapido del suo esposto sul desiderio dell’unico bene? Presentarsi davanti al volto di Dio, non vi è che quello di veramente utile (cf.16).
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Un’altra dominante del movimento interiore di Bruno è l’evidenza che lo abita della vanità di tutte le ricchezze terrestri, di tutti gli effetti in cui il successo umano fronteggia la pienezza traboccante che si trova in Dio. La sua vocazione, egli dice, consiste nel “ lasciare il secolo fugace per mettersi alla ricerca delle realtà eterne” (13).
Tutta la lettera indirizzata a Raoul è costruita secondo questo schema di pensiero. Spontaneamente Bruno vi è ritornato, non solamente poiché considera l’argomento adatto a convincere il suo interlocutore, ma molto più, forse, poiché egli non vive che di ciò, dal giorno in cui egli stesso ha ricevuto la chiamata. Questo stesso itinerario è da lui descritto quando evoca le sue occupazioni in solitudine: “Qui agli uomini ardenti è permesso, tanto quanto desiderino, di rientrare in sé stessi, di dimorarvi, di coltivare senza riposo i germogli delle virtù e di nutrirsi con gioia dei frutti del paradiso” (6).
Bruno è stato definitivamente sedotto dalla bellezza, dalla bontà divina nella quale egli trova grande pace e non può comprendere la situazione di lacerazione interiore del suo amico: “Non è una pena orribile e inutile essere tormentati dai propri desideri, straziarsi d’affanni e d’angoscia senza posa, nel timore e nel dolore che generano questi desideri?...Fuggi dunque, o mio fratello, fuggi tutti questi turbamenti e queste inquietudini e passa dalla tempesta di questo mondo al riposo e alla sicurezza del porto” (9). Anche tenuto conto dell’esagerazione letteraria di queste affermazioni, è certo che Bruno si considera come privilegiato d’aver trovato il suo riposo nel segreto del volto do Dio.
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Fermiamoci, infine, ad un ultimo aspetto dell’attitudine interiore di Bruno. Di fronte alla realtà incomparabile di Dio egli non pensa più a se stesso. Per tutto il corso della sua lettera, egli rimane preoccupato per i pericoli spirituali incorsi dal suo amico, ma lascia sgorgare il suo entusiasmo di fronte alla pienezza infinita dell’Onnipotente. Ad eccezione di una corta frase per deplorare le sue miserie interiori, sembra che Bruno si sia totalmente dimenticato (cf.3). Egli non è più in nulla centrato su sé stesso.
La contemplazione di Bruno è pura; essa è rivolta verso la realtà di Dio e non sulle opere, pur le più meravigliose che egli potrebbe compiere nella sua anima. Troppo sovente, in noi goffi debuttanti, la preghiera è un modo distratto di occuparci di noi stessi: sotto il pretesto di essere attenti a progredire verso la perfezione, Dio rischia di essere soprattutto il benefico fattore che plasmerà la nostra santità personale. Non vi è traccia di questa debolezza in Bruno. Per lui non vi è niente di così giusto e di così utile che d’amar il bene, l’unico Bene (cf.16).
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Possiamo, al termine di questa breve lettura della lettera a Raoul, farci un’idea della fisionomia di San Bruno? E’ un uomo “afferrato dall’Unico”, come dirà uno dei suoi amici dopo la sua morte. Con tutta la fiamma del suo cuore egli vuole fare opera utile, vale a dire cercare il volto di Dio, acquisire lo sguardo puro e semplice al quale si rivela l’Altissimo. Egli lo fa in un movimento di grande amore per i suoi fratelli, ma nel desiderio vigoroso di liberarsi di tutte le costrizioni di questa terra che non sono ordinate a questo scopo.
Anche se questi tratti ci permettono di abbozzare un volto molto caratteristico del nostro Padre, riconosciamo pure che grandi zone della sua fisionomia restano evanescenti. Che sappiamo, per esempio, del posto di Cristo, della sua morte e della sua Pasqua nella preghiera di Bruno?
Molte altre questioni analoghe potrebbero sorgere, alle quali, gli scritti lasciati da San Bruno stesso, non recano risposta.
E’ dunque una sorta d’icona stilizzata del nostro Beato Padre che la Provvidenza ha voluto esporre al nostro amore e alla nostra devozione. Tutto il resto lo si attinge nel patrimonio generale e non costituisce parte essenziale dell’apporto di Bruno, figlio obbedientissimo della Chiesa. Lasciamoci, dunque, semplicemente modellare da questa icona che è portatrice del senso perpetuo del nostro posto nel Corpo di Cristo. Amen.
I V
Immacolata Concezione 1983 “Il rigore della clausura diventerebbe un’osservanza farisaica se non fosse il segno di questa purezza di cuore a chi solo è promesso di vedere Dio”. (SR6.4)
Maria immacolata, puro specchio dell’Altissimo, accoglienza perfettamente limpida del Verbo di Dio, permane per l’eternità il modello mai eguagliato di tutta la via contemplativa. In lei si adempie, per sempre, la beatitudine dei cuori puri e, di lei, i nostri Statuti dicono che è la sola fiamma segreta che dona senso alla nostra solitudine. In questa luce verginale della Madre di Dio io vorrei, ancora oggi, che ci mettessimo all’ascolto di San Bruno. Lasciamo che egli ci parli e che ci dica ciò che era per lui la solitudine, di cui lo Spirito Santo gli aveva insegnato la profondità.
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Innanzitutto, sottolineiamo che Bruno, nelle sue lettere, non sembra fermarsi per nulla alla solitudine materiale, anche se è evidente che essa costituisce le fondamenta di tutto ciò che scrive. Parlando a Raoul della vita che egli conduce in Calabria, si accontenta di dire: “Io abito in un deserto separato, in ogni suo lato, da tutte le abitazioni” (4), senza insistere di più sulla lontananza dal mondo.
Scrivendo ai suoi figli della Certosa, non gli viene in mente di affrontare il tema della solitudine del luogo della Certosa, tanto la cosa è chiara. Egli ci ha vissuto. Ha sperimentato il taglio radicale che vi si effettua nei confronti delle regioni abitate circostanti. Cosa potrebbe egli aggiungere che non conoscano e non vivano già i suoi fratelli? Forse vi è un richiamo discreto di tutto ciò, quando egli dice ai: “suoi figli amatissimi in Cristo... : Io ho imparato l’inflessibile rigore della vostra osservanza saggia e veramente degna di elogi” (1.1).
Ma alla fine sentiamo bene che il cuore di Bruno pensa ad altro e non a parlare della salvaguardia del deserto.
Per contro, noi lo sentiamo molto vicino al testo degli Statuti col quale abbiamo incominciato, quando prosegue nella medesima lettera: “Io ho sentito il nostro felicissimo fratello Landuino dirmi il vostro santo amore e il vostro zelo instancabile per la purezza del cuore e della virtù” (id.).
Bruno è un maestro in materia di solitudine, ma la sua inclinazione è di scrutarne la dimensione spirituale, senza indugiare nell’osservanza esteriore che essa implica, con evidenza, ai suoi occhi.
Il primo sentimento che sgorga sotto la penna di Bruno è che la solitudine vera, la solitudine stabile e profonda è un dono totalmente gratuito di Dio: “Rallegratevi, miei cari fratelli, della vostra beata sorte e dell’abbondanza delle grazie che Dio vi ha prodigato... Rallegratevi di essere entrati in possesso del riposo e della sicurezza, avendo potuto gettare l’ancora nel porto più nascosto” (1.3). La solitudine è una grazia da ricevere con riconoscenza. Essa non è l’opera della nostra volontà, per perseverante che sia. Essa non è il frutto d’una tecnica umana. Come non avere desta attenzione per l’insistenza con la quale Bruno rammenta questa verità che noi corriamo il rischio di dimenticare in eterno? “Molti vorrebbero arrivarci; molti vi si sforzano senza mai riuscirci; molti infine, dopo esserci giunti, non vi sono ammessi, poiché ad ognuno di loro il cielo non l’ha accordato “ (1.4).
E Bruno non esita a concludere: temiamo di “perdere questa beatitudine così desiderabile per una ragione o per l’altra” se non vogliamo “provare pena continua” (id.). La solitudine, soprattutto la solitudine interiore, quella in cui si gioisce nella pace del riposo e della sicurezza, questa solitudine si può perdere. Che il Signore ci conservi un cuore riconoscente alla sua grazia.
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Fermiamoci su di un altro aspetto della vita solitaria, tale la si percepisce sotto la penna di Bruno. Essa è austera, aspra, esigente. Senza dubbio egli non ha sviluppi speciali consacrati a questo tema, ma lo si percepisce in filigrana lungo tutto il corso delle lettere. E’ una realtà normalissima agli occhi di Bruno e lui ne parla soprattutto a proposito delle conseguenze pratiche di questo “inflessibile rigore” dell’osservanza solitaria. Egli menziona a Raoul, per esempio, “le fatiche dello spirito troppo fragile” che gli sono imposte dal “rigore della disciplina regolare e dagli esercizi spirituali “ (3).
Più significativo ancora è il piccolo incidente sopravvenuto nella comunità della Certosa, il quale obbliga Bruno ad aprire gli occhi dei monaci sul loro dovere di fronte alla santità vacillante del loro padre e priore. Certo, essi lo amano molto profondamente, ma per fedeltà al rigore della loro vita essi non osano intervenire e procurargli addolcimento, di cui è tuttavia evidente che egli abbisogna. (cf.3.2).
Da parte sua, Landuino, temendo di correre il rischio d’incitare al rilassamento l’uno o l’altro dei suoi fratelli, forse “preferisce mettere la sua vita in pericolo piuttosto che mancare in qualche cosa al rigore dell’osservanza” (3.3).
Di fronte a questo eccesso, Bruno reagisce con prontezza. “Ciò è inaccettabile!” (id.), poiché è sicuro che non vi è alcuna possibilità di trascuratezza fra i compagni di Landuino.
Eccoci dunque immersi in un mondo monastico in cui è di rigore una grande austerità. Bruno, tuttavia, non teme di dire che essa è “saggia e degna di elogi” (1.1). E la migliore prova è l’atmosfera di gioia che essa irradia. Bisognerebbe moltiplicare le citazioni che fanno percepire la gioia permanente di Bruno, quella alla quale egli invita i suoi fratelli, quella che egli promette a Raoul se, a suo turno, verrà nel deserto. Poiché si tratta veramente di una grazia del cielo che fiorisce in solitudine: “Qui, in premio dello sforzo del combattimento, Dio dona ai suoi valorosi la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo” (6).
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Diciamo una parola, infine, della straordinaria tenerezza che irradia dalle parole di Bruno, poiché si tratta della sua propria confessione, di una dimensione essenziale della vita solitaria, tale egli la vive e tale egli la desidera condividere con coloro che ama. Tenerezza per Dio, ma ugualmente tenerezza per gli uomini. Cominciamo da quest’ultima.
L’abbiamo già notato: nulla ci porta a credere che per Bruno la solitudine sia un rifiuto degli altri, un muro alzato tra lui e i suoi fratelli. Al contrario, lo si sente attento a tutte le dimensioni di un’autentica carità. La sola parola un po’ dura riguarda i “laici oziosi e girovaghi “ che, in prossimità della Certosa, rischierebbero di contaminare i fratelli conversi se essi non “li fuggissero come la peste” (2.4).
Per esser brevi, fermiamoci ad un solo passaggio poiché è senza dubbio il più significativo: quello in cui Bruno domanda ai suoi fratelli della Certosa di meglio vigilare sulla santità di Landuino. In termini appena velati, Bruno fa sentire loro che essi sono prigionieri di un’osservanza troppo materiale, così come il loro priore senza dubbio (cf. 3.2-3). E tuttavia che testimonianza di tenerezza fraterna Bruno offre agli uni e agli altri!: “Ho voluto custodire vicino a me il fratello Landuino a causa delle sue gravi e numerose malattie. Ma per lui è fuori questione di ritrovare lontano da voi la santità, la gioia, la vita, né altro che valga ed ha opposto un rifiuto. Le sue lacrime abbondanti per voi, i suoi sospiri ripetuti testimoniano apertamente quanto voi contate per lui e di quale amore senza macchia egli vi ami tutti. Io, pure, non ho voluto forzarlo al fine di non ferire alcuno: né lui, né voi che mi siete così cari in ragione delle vostre virtù” (3.1).
Il cuore di Bruno si lascia vincere senza resistenza dall’amore di Landuino per i suoi fratelli. Non è indifferente, in effetti, al priore della Certosa di essere in cella a mille miglia dai suoi fratelli o vicinissimo a loro. La sua solitudine, per essere autentica, deve essere una comunione d’amore vissuta ogni giorno con loro, in mezzo a loro.
* * *
La tenerezza divina che dischiude nel cuore di Bruno la vita nel deserto, si trova soprattutto cantata in ciò che io chiamavo l’Inno alla solitudine (A Raoul, 6 e 7). Al di fuori di tutte le teorie, Bruno lascia semplicemente parlare l’esperienza che sta vivendo. Si esita a cominciare o a parafrasare questo racconto dell’incontro segreto tra Dio e il nostro beato Padre. Non sarebbe meglio dire che noi dobbiamo soprattutto sforzarci di seguirlo?
Noi siamo veramente vicino alla sorgente nascosta che scaturisce dal fondo del deserto. Che noi sappiamo percorrere tutte le tappe necessarie per giungervi e attingervi sull’esempio di Bruno. Egli ci ha confidato il suo segreto.
Egli ci dice, così, che cosa sia la solitudine per lui. Egli non la vede come un luogo di orrore e di spoliazione inumano, ma gli dona i tratti di queste donne della Bibbia, di cui la tenerezza misteriosa e nascosta gli è sembrata più significativa. La solitudine è la bella Rachele poco feconda, è la bella Sunammita che deve infuocare il nostro cuore, è la migliore parte attribuita da Gesù a Maria di Betania.
Che la Vergine Immacolata ci aiuti a scoprire questa solitudine, luogo d’incontro con Dio. Maria, madre di Gesù: non è lei, più di chiunque altro, questa solitudine benedetta e piena di grazia dello Spirito Santo? Amen.
V
Natale 1983 “La tenerezza di Dio nostro Salvatore si è manifestata per noi uomini” (cf. Tit 3,4-6)
La liturgia dei giorni di Natale ci porta a leggere, a più riprese, queste parole in cui San Paolo lascia trasparire la sua meraviglia davanti ad una realtà che oltrepassa sempre la nostra attenzione, ogni volta che noi la contempliamo: l’amore infinito dell’Altissimo per le sue creature, nascosto ai secoli eterni, è divenuto la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Essa si è manifestata. Essa è ora vicina a noi. Essa ha aderito al reale di ciò che noi viviamo. Questa tenerezza del Padre è il piccolo bambino che ci è donato; ma essa è opera di salvezza ed è per questo che fin dal primo istante il neonato si trova sfidato dalla durezza dell’umanità concreta. Non vi è posto per accogliere i poveri viaggiatori che sono i suoi genitori. La sola culla disponibile è una mangiatoia degli animali. Il re ha paura di perdere il suo trono e reagisce di conseguenza. In breve, Gesù non ha nemmeno il tempo di apparire quaggiù che il peccato dell’uomo, nostra debolezza congenita, si getta su di Lui. E’ quella la vera tenerezza di Dio: una bontà che va a ricongiungersi con coloro che lo amano, laddove essi sono realmente.
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Amerei meditare un po’, in questa prospettiva, sulla nostra vita monastica ispirandomi a dei passaggi della lettera a Raoul le Verd, nei quali San Bruno lascia al suo cuore tutta la libertà di esprimersi per scuotere il suo vecchio amico ed aiutarlo a prendere, infine, la decisione di essere fedele al suo voto.
A dire il vero, le avventure di Raoul non ci toccherebbero affatto se questo personaggio non fosse stato così prossimo a Bruno, in circostanze così eccezionali. Ciò che ci interessa in lui è che egli è stato, in qualche modo, lo specchio nel quale si sono riflessi i sentimenti profondi del nostro primo Padre di fronte alla decisione, che tutti a qualsiasi età siamo chiamati a prendere, di consacrare la vita interamente al Signore: perché siamo così lenti, così reticenti, così fiacchi a donarci per qualcosa di buono?
Bruno, il santo Maestro Bruno stesso, nelle sue due lettere si lascia sfuggire dei gemiti quando pensa a tutto ciò che gli fa difetto, in confronto a ciò che egli vorrebbe donare a Dio: ”Veramente io attendo in preghiera un gesto della divina misericordia affinché guarisca tutte le mie miserie interiori e appaghi il mio desiderio” (3).
Forse lo dimentichiamo troppo facilmente: la vita monastica è una via di perpetua conversione, vale a dire un incontro continuamente rinnovato tra “la tenerezza di Dio nostro Salvatore che si manifesta per noi”, poveri monaci, e le condizioni così difettose di accoglienza che noi gli offriamo. La grazia di Natale, così come noi ora cerchiamo di considerarla, s’identifica realmente con il nostro voto di conversione dei costumi.
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Veniamo dunque alla lettera di Bruno a Raoul. Un ultimo dubbio deve essere affrontato, prima di poterci mettere senza reticenze alla sua scuola. E’ legittimo prendere come guida di vita monastica un testo di circostanza, indirizzato ad un uomo vivente nel mondo? Quale ispirazione ha guidato Bruno nello scriverlo?
La sua intenzione non crea dubbi. Egli s’indirizza ad un uomo che, contemporaneamente a lui, si è impegnato davanti a Dio. “Tu ti ricordi che io ti amo. Noi eravamo un giorno entrambi in compagnia di Fulcoie le Borgne... Infiammati di divino amore noi abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle realtà eterne e di ricevere l’abito monastico” (13). Agli occhi di Bruno, Raoul è già legato davanti a Dio dalla sua decisione. E’ già vincolato alla vita monastica.
Raoul è sottomesso alla tentazione, una tentazione da principiante. Ma c’è una differenza essenziale tra la prova di un esordiente e quella che dei vecchi monaci conoscono molti anni dopo? Si tratta sempre, anche se le modalità di dettaglio evolvono, di scelte fondamentali di cui le conseguenze vanno dispiegandosi fino al fondo dell’intimo del nostro cuore: amare Dio o amare il mondo. Tale è la questione posta da Bruno, senza equivoci e che ciascuno di noi deve affrontare ogni volta che una nuova manifestazione di “Dio nostro Salvatore” gli mostra che il mondo regna ancora sovrano in un angolo del suo cuore. Bruno, d’altronde, non lascia posto ad alcun dubbio; anche i servizi esteriori legittimamente esercitati per l’utilità della Chiesa impallidiscono davanti alla suprema utilità e alla suprema giustizia: amare esclusivamente l’unico bene (16). Noi siamo veramente in presenza della scelta monastica in tutta la sua purezza.
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Cominciamo a ritrovare, brevemente, il filo del pensiero di San Bruno mentre espone al suo amico la lotta dei due amori di cui il suo cuore è in balìa e che dovrebbe risolversi in una sete esclusiva per il Dio forte e vivente.
Dopo aver cantato “quanto la solitudine e il silenzio del deserto apportino agli innamorati utilità e piacere divino” (6), Bruno viene alla bella Sunammita, la vergine che simboleggia per lui tutta la forza d’attrazione dell’incontro con Dio nel deserto e scrive: “Se mai la tenerezza per lei nascesse nel tuo animo, allo stesso modo la seducente e carezzevole ingannatrice, che è la gloria del mondo, tu disgusteresti” (7).
Ecco posto il dilemma. Ma ahimé oggi Raoul è amico del mondo e dunque si è fatto nemico di Dio. Eccolo coinvolto nel peggiore dei disordini, calato in una situazione contro ogni ragione (8).
Che cosa gli resta da fare, se non ascoltare il richiamo della Verità: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. E’ l’unica via che si apre a Raoul per uscire “dalla tempesta di questo mondo e passare al riposo e alla sicurezza del porto” (9). Allora egli potrà divenire il discepolo della divina Saggezza, restare alla sua scuola e lì apprendervi la filosofia di Dio che sola rende veramente felici (10).
Bruscamente il tono cambia e Bruno pone il suo amico in faccia a Dio, di fronte alla santità di Dio, o piuttosto di fronte alla gloria dell’Altissimo che non può accettare di essere oltraggiato dal rifiuto di Raoul di adempiere al suo voto (13 e14); poi di fronte alla bellezza, allo splendore del solo vero bene, Dio stesso, che attira con il suo infinito potere di seduzione, qualsiasi siano i servizi umani che Raoul potrebbe rendere nella sua carica di prevosto della chiesa di Reims (15 e 16).
E per finire, ecco un ultimo argomento, chiaro rivelatore del cuore di Bruno. Dopo tutti i grandi motivi teologici, pensa a me, egli dice al suo amico, pensa al mio amore per te: “che cessi nella mia anima il tormento delle inquietudini, delle preoccupazioni e della paura che essa prova per te” (17).
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Eccoci ora a piè d’opera per scoprire la pedagogia di Bruno di fronte al lavoro, incessantemente rinnovato, della conversione monastica.
Chiunque, un giorno, ha seriosamente scelto di divenire monaco ha dapprima incontrato una misteriosa Sunammita. Essa ha infiammato il suo cuore d’amore divino e tutte le seduzioni del mondo si sono “trovate senza sforzo rigettate” (7). L’ideale verso il quale tende il monaco è divenuto molto chiaro ai suoi occhi e con fermezza vi si è vincolato. Ma quanto lontana, nello scorrere dei giorni, diviene la bella Sunammita di fronte alla realtà concreta del quotidiano. L’amore del mondo, che si era rifugiato nei recessi segreti del cuore, compare di nuovo e un segno ben chiaro manifesta la sua presenza: il disordine che esso mantiene nell’animo.
Inquietudini, tenebre, disgusto, tutto ciò riflette che “l’amore del Padre non regna in lui” esclusivamente (8). Sovente non è la volontà cosciente che provoca ciò che Bruno chiama “impareggiabile manifestazione di uno spirito sregolato e decaduto” (id.), ma delle tensioni scaturite dalla zona oscura del cuore dove regnano ancora gli amori per la creatura che non sono stati purificati. Situazione dolorosa e che a volte sembrerebbe senza uscita, poiché non si arriva ad individuare la radice del male.
“Cosa fare allora, o amatissimo, dice Bruno, cosa fare se non credere ai consigli divini, credere alla Verità che non può sbagliare? Essa dona in effetti questo avvertimento a tutti: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò” (9). Tale è la grande risposta quando l’opera di conversione supera le nostre forze: non cercare, in primo luogo, di purificarsi, ma cominciare ad andare a Gesù poiché Egli ha promesso di ristorarci. Venire a Lui, caricati del suo pesante fardello e depositarlo semplicemente tra le sue mani.
Noi vediamo qui all’opera la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Che noi siamo giovani novizi o anziani veterani, non abbiamo altra salvezza a nostra disposizione che Colui che viene in questa Tenerezza incarnata, Colui il quale ha portato e continua a portare, fino alla fine dei tempi, tutte le nostre infermità. Così, grazie a Lui, lasciamo la regione pericolosa delle tempeste e degli uragani per penetrare nel “riposo e sicurezza del porto” (9).
Ma occorre, malgrado tutto, fare il passo grazie al quale noi supereremo l’ostacolo sul quale abbiamo inciampato, questo amore segreto per il mondo che si opponeva nel nostro cuore all’amore leale del Padre. Bruno parla allora di rinunciare a tutto ciò che si ha per divenire il discepolo della Saggezza (10). La lotta che abbiamo conosciuto veniva dal fatto che noi contavamo sui nostri propri beni, le nostre piccole luci, la sicurezza tutta umana di ciò che noi immaginavamo aver ben compreso. Con tutto questo, di cui noi eravamo divenuti proprietari, noi speravamo volare con le nostre proprie ali verso il Signore.
E la Saggezza eterna, attraverso la voce di Bruno, ci dice tutto il contrario. “Ti conviene rinunciare a ciò che tu credi avere, restare alla scuola di questa Saggezza divina, sotto la guida del Santo Spirito e apprendervi la filosofia di Dio” (10). Occorre che il tuo sia un cuore di discepolo, un cuore che apprende. “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6,43), dice Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni. Utile e bell’insegnamento, dice Bruno, che è il frutto della sofferenza portata e finalmente affidata alla tenerezza di Dio.
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Bruno cambia, allora, bruscamente di registro. Ci sono giorni, sembra egli dire, in cui la situazione si presenta completamente diversa. Sono le scelte fondamentali di fronte a Dio che bisogna saper riassumere, un po’ come se ripartissimo da zero. Alla fin fine, il cammino percorso fino allora non era che una tappa preparatoria a questo nuovo incontro con la Gloria e la Bellezza di Dio. Lo stato di dialogo profondo tra Dio e il monaco si trova messo a nudo, in piena luce. Io mi sono impegnato di fronte all’Altissimo: Egli si è impegnato di fronte a me (cf.12). Dove sono io nei confronti di questa scelta? Il mio cuore ha seguito il dritto cammino implicato nel dono primo che Egli ha fatto di sé stesso?
Bruno impiega, allora, un vocabolario che ci urta, forse nella misura in cui egli sembra consegnarci senza difese alla vendetta di Dio (14). In realtà, sotto queste parole vigorose è evocata la distanza infinita che si è formata tra ciò che noi avremmo dovuto donare, di noi stessi, a Dio e ciò che, parsimoniosamente, per leggerezza o inconseguenza, ci siamo accontentati di donare.
Viene il momento in cui è bene rendersi conto che essere amati da Dio e aver da rispondere al suo amore non è un gioco o una sorta di contrattazione dalla quale ci si può ritirare a buon mercato. Agli occhi di Dio il nostro amore ha grande valore, ha valore infinito, poiché è la risposta al suo proprio amore. Come potrebbe Egli non aprirci gli occhi, un giorno, su ciò che noi rappresentiamo per Lui? Forse ci ritroveremo brutalmente scrollati dalla scoperta che ci è così imposta. Ma non è l’unica via di salvezza per noi, quella di rimetterci sul giusto cammino?
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Bruno segnala, allora, a Raoul un’ultima maniera di cercare di crearsi dei falsi pretesti per evitare di donarsi puramente e semplicemente all’amore di Dio (16). Ci siamo esposti, anche noi, nel silenzio della nostra cella o proprio nel segreto del nostro cuore: non ci sono tutte le buone ragioni di pensare che si potrebbe mostrare utile e generoso rendere dei servizi che non ci sono richiesti, intraprendendo dei lavori che non nascono dall’obbedienza?
La risposta di Bruno è appassionata e tanto più tagliente quanto più è appassionata (16): “Niente di più giusto e di più utile che amare il bene, l’unico Bene”, egli dice. Là è il nostro posto e non altrove. La giustizia o l’utilità di tutto l’agire impallidisce di fronte a quest’abbandono totale in Dio. Bruno ci riporta così alla fonte ultima di tutto l’amore di Dio. Lui solo è buono, interamente, senza riserva, senza equivoco. Lui ci ha creati per trovarlo e mai il nostro cuore si quieterà fintanto che non l’avrà pienamente incontrato.
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L’ultimo paragrafo (17) della lettera, in cui Bruno termina di perorare la causa di Raoul, abbiamo notato che è pieno d’una dolcezza e di un calore umano che si dovrebbe ritrovare presso tutti coloro che camminano sulle tracce del nostro beato Padre. Tutto ciò che Bruno ha potuto dire fino allora, delle vie previste da Dio per attenderlo nel silenzio della solitudine, è bello, ma vi è un’altra via semplice, modesta, quanto vera ed efficace: quella di camminare verso Dio a fianco dei nostri fratelli di cui l’amore ci sostiene, ci accompagna, ci incoraggia. Aver la certezza che le nostre lotte sono supportate dalla loro preghiera e dalla loro amicizia, che le nostre prove pesano sul loro proprio cuore e che le nostre gioie li illuminano tanto quanto noi, tutto ciò e già un incontro con la tenerezza di Dio nostro Signore.
Veramente è buono e dolce per dei fratelli restare nell’unità, quella dell’amore che viene dal Padre. Amen.
V I
L’OBBEDIENZA DEI PRIMI CONVERSI
Presentazione del Signore 1984 “Voi manifestate negli atti ciò che ama e ciò che conosce il vostro cuore, quando voi praticate la vera obbedienza.” (San Bruno ai suoi ben amati fratelli laici)
La presentazione di Gesù al tempio e la purificazione della Vergine Madre di Dio sono dei misteri che ci rivelano quanto tutta l’Incarnazione del Figlio è fondata su di una relazione d’obbedienza al Padre, obbedienza che si esprime in gesti semplici e pratici, ma che manifesta nel linguaggio di quaggiù la dipendenza d’amore che unisce Dio e il suo Unico per tutta l’eternità.
Tutta la nostra esistenza di cristiani e, più ancora, la nostra vocazione di monaci sono edificate su questa obbedienza di Gesù e devono, a loro turno, incarnarsi in atti d’obbedienza ispirati da Lui. Noi abbiamo proprio la grazia di possedere, dalla stessa mano di San Bruno, un piccolo trattato dell’obbedienza in alcuni paragrafi che egli scrive ai fratelli conversi della Certosa. Ciò che egli dice è breve, ma si pone in maniera purissima nella linea della nostra propria vita. Tentiamo dunque, per meglio metterci alla scuola del Cristo obbediente, di lasciarci insegnare da Bruno, esultante di gioia, davanti all’opera di Dio: Dio stesso educa all’obbedienza i suoi benamati fratelli laici.
Tale è, in effetti, l’ottica fondamentale di Bruno: ciò che fa traboccare d’allegria il suo cuore, mentre Landuino gli parla dell’obbedienza dei suoi fratelli, è di veder all’opera, in essi, la misericordia senza misura del Signore. La loro obbedienza è dono meraviglioso di Dio l’onnipotente. Il loro “priore e padre amorosissimo” può, a giusto titolo, essere fiero e felice dei suoi fratelli (cf.2.1), poiché la loro condotta è ammirabile, ma essa è il frutto della grazia di Dio che tocca il loro cuore.
E’ a partire da questa prima luce che va sviluppandosi il pensiero di Bruno, facendo scoprire ai suoi fratelli la bellezza del lavoro divino in essi e incitandoli ad essere fedeli. Questo pensiero si articola secondo tre temi successivi: l’opera di Dio, l’opera dei suoi fratelli e la caricatura dell’obbedienza donata dagli erranti.
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Innanzitutto, Bruno spiega ai suoi fratelli il lavoro segreto di Dio nei loro cuori: “Per voi, che non sapete né leggere né scrivere, Dio Onnipotente scrive con il suo dito nei vostri cuori l’amore e la conoscenza della sua legge santa. Sì: voi dimostrate con gli atti ciò che voi amate o ciò che voi conoscete quando praticate in tutta prudenza e generosità la vera obbedienza. E’ evidente allora che voi sapete raccogliere il frutto infinitamente dolce e pieno di vita di ciò che Dio scrive in voi” (2.2).
Bruno scopre nei suoi fratelli ciò che, al dire di Geremia e della Lettera agli Ebrei, è una caratteristica fondamentale della nuova Alleanza: “Io porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore”. (Ger 31,33; Eb 8,10 e 10,16). Ma Bruno la esprime in termini più concreti, più realisti, parlando non solamente della legge, ma “dell’amore e della conoscenza della legge santa” scritta dal dito di Dio, il Santo Spirito, nei cuori dei suoi fratelli.
Questa precisione è illuminante poiché mostra che per Bruno la vera obbedienza è la manifestazione, a livello delle opere, di uno slancio del cuore già infiammato dall’amore e dalla conoscenza che Dio stesso vi ha inciso in tratti di fuoco. La conclusione che Bruno trae dall’obbedienza dei suoi fratelli è allora evidente ai suoi occhi: essi non devono far altro che “raccogliere il frutto infinitamente dolce e vivificante” di questa scrittura divina incisa nel loro cuore.
Lo stesso testo di Bruno comporta un gioco di parole intraducibile. Egli evoca in effetti l’idea che obbedendo essi leggono, essi decifrano il testo divino inscritto sui loro cuori. Essi ignorano le lettere umane, ma è Dio stesso che scrive al loro posto, nel profondo del loro animo ed è lo Spirito Santo che decifra questo testo traendoli all’obbedienza più autentica.
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Il secondo risvolto del pensiero di Bruno è una descrizione dell’obbedienza vera, tale la praticano i suoi fratelli della Certosa. “Essa è, egli dice, il compimento della volontà di Dio; nello stesso tempo essa dona accesso alla sottomissione completa secondo lo Spirito, di cui essa è il segno distintivo. Essa non può esistere senza molta umiltà e un eccezionale abnegazione. Sempre l’accompagnano un amore puro per il Signore e un’autentica carità per gli altri” (2.3).
L’obbedienza è dunque, agli occhi di Bruno, in priorità, una maniera di comportarsi nei confronti del Signore: essa è, egli dice “il compimento della volontà di Dio... Sempre l’accompagna un purissimo amore del Signore”.
In un secondo tempo essa comporta una maniera di vivere davanti agli uomini. Parola per parola, Bruno dice che essa è “la chiave e il sigillo della sottomissione completa secondo lo Spirito”. L’idea della “sottomissione” implica tanto l’attitudine a lasciarsi insegnare che ad accettare tutti gli ordini ricevuti.
Leggendo questa descrizione dell’obbedienza si vede che, a Bruno, parlare di Dio che inscrive la sua legge nel segreto del cuore, non fa perdere di vista le conseguenze facilmente controllabili che questo comporta: molta umiltà e un’eccezionale abnegazione. Allo stesso modo che l’obbedienza di Gesù l’ha portato fino alla morte e alla morte di croce, così l’obbedienza del monaco, che affonda le sue radici nello stesso amore del Padre, lo accompagnerà a tutti gli abbassamenti e a tutte le spoliazioni.
Fuori dubbio che Landuino, parlando della qualità dell’obbedienza dei suoi fratelli, sia disceso fino ai dettagli concreti che hanno provocato l’entusiasmo di Bruno.
* * *
Il terzo aspetto affrontato dalla lettera di Bruno fa un po’ da contrasto a ciò che ha appena detto delle bellezze dell’obbedienza. Egli continua dicendo: “Fuggite, fuggite come la peste...” queste genti che fanno esattamente il contrario di ciò che voi vivete e che rischierebbero di farvi decadere (cf. 2.4).
Essi sanno leggere, ma solamente dei pezzi di carta e nemmeno li comprendono e non amano ciò che decifrano, al posto di comprendere e d’amare le divine scritture incise sui loro cuori.
Essi contraddicono nei loro atti ciò che dicono, in luogo di fare della loro vita come un segno visibile di ciò che essi comprendono e amano.
Essi non hanno che odio o disprezzo per l’obbedienza e tutte le forme di sottomissione, come per coloro che le praticano.
In breve, la realtà storica di questi erranti, anche se è provata, non ha che un interiore mediocre per noi, in confronto al valore del segno che essi assumono di fronte alla santità luminosa dei fratelli della Certosa. Essi ne sono la negazione completa, punto per punto. Così, essi appaiono come il simbolo della tentazione alla quale l’obbedienza resta sempre esposta.
* * *
Dopo aver tentato d’analizzare la maniera in cui Bruno concepisce l’obbedienza, cerchiamo ora di raggruppare tutto ciò che egli dice in qualche prospettiva pratica.
L’obbedienza non è una costrizione impostaci dall’esterno. Essa è una forza scaturita dalla sorgente profonda scavata da Dio stesso nel più intimo del nostro cuore, quando ci ha segnati con il sigillo del suo Figlio nello Spirito Santo.
Poiché per lungo tempo abbiamo percepito l’obbedienza come una violenza che ci è stata fatta, siamo certi che dobbiamo progredire molto per poterci stabilire in una dipendenza autentica nei confronti dello Spirito Santo. La vera obbedienza non può mettere radici che in un essere che si è deciso per un cammino di conversione che mira a far regnare in lui la nuova ed eterna Alleanza, in un essere che sta per perdere il suo cuore di pietra per ricevere da Dio stesso un cuore di carne, sul quale Egli inscriverà, in tratti indelebili, l’amore e la conoscenza della sua legge santa.
L’obbedienza è infine un’attitudine contemplativa. Essa esprime, quando mira alla sua perfezione, un’armonia totale tra lo Spirito di Dio e il nostro agire, una comunione con Dio, non solo nelle parole o nei sentimenti, ma nel dono reale di noi stessi.
Si degnino la Vergine purissima e il suo Figlio umilissimo essere per noi il modello e la fonte di un’obbedienza che ci renderà, così, graditi al Padre.
V I I
LE TAPPE DELL’INCONTRO CON DIO
1° Domenica di Quaresima “Tutto ciò che la solitudine e il silenzio del deserto apportano ai loro innamorati in utilità e piacere divino, solo lo sanno coloro che l’hanno gustato”. (A Raoul 6)
La liturgia della prima Domenica di Quaresima costituisce una celebrazione della sosta di Gesù in solitudine, alla quale tutta la Santa Quarantena ci fa comunicare nel silenzio, nel raccoglimento, nella povertà. Cerchiamo così, quest’anno, d’entrare con Cristo nel deserto prendendo per guida gli insegnamenti di San Bruno. Nella sua lettera a Raoul, egli ci confida l’esperienza tutta infiammata del suo cuore, alle prese con la solitudine e il silenzio. Non sono delle belle teorie che egli sviluppa, ma la condivisione di ciò che egli vive con i suoi fratelli, in questo deserto situato nel paese di Calabria. Lasciamoci, dunque, modellare dal cuore di Bruno che così si apre davanti a noi.
* * *
Bruno comincia la sua lettera a Raoul donandogli delle notizie. E’ così che viene a parlare del deserto che egli abita, in Calabria, con qualche compagno. Egli s’attarda a vantare il fascino del paesaggio e poi avvia una transizione: “Per il saggio altri sono i piaceri, ben più dolci e più utili, poiché divini” (5). Tuttavia, Bruno non vuole sotto stimare il merito dei bei spettacoli della natura stessa, a guadagno di coloro che si donano alla vita spirituale: “Se l’arco resta teso costantemente, si allenta e non può più adempiere la sua funzione” (id.). E’ bene che vi siano dei tempi di riposo, se si vuole rimanere disponibili alla preghiera.
Poi Bruno torna seriamente al tema che gli sta a cuore: “Tutto ciò che la solitudine e il silenzio del deserto apportan |